Alla chiusura di un’azienda corrisponde la perdita del lavoro di molte persone e, quindi, alla mancanza di entrate per molte famiglia. Ecco un caso plateale di un errore madornale commesso da molti lavoratori autonomi, titolari dl’azienda italiani: l’amore per la propria azienda.

ECCO COME UNA AZIENDA MUORE DI EQUITALIA . TUTTI LICENZIATI

La chiamata è arrivata in mattinata, un fulmine a ciel sereno. «Equitalia ha pignorato tutti i conti della società. È arrivato adesso l’atto». Una cartella da 70mila euro, relativa allo scorso anno d’esercizio. E non è nemmeno la prima. Dal 2010, anno in cui è iniziata la vera e propria crisi con il conseguente dimezzamento del fatturato e revoca degli affidamenti bancari, ne sono arrivate altre. Tutte relative a Irap, Irpef, Iva e vari anticipi delle imposte mai versati. Perché mai versati? Non c’era margine. O si pagavano dipendenti e fornitori, o si pagavano le imposte. Non è che ci fosse molta scelta.
Dal 2010 a oggi la situazione è andata via via peggiorando. Contratti che saltavano per riduzioni di budget, clienti che chiudevano, banche che revocavano affidamenti da un giorno all’altro, costi che salivano esponenzialmente, clienti che pagavano anche oltre i 180 giorni. Un disastro. Già un paio d’anni anni fa avevo capito che non c’era più niente da fare. L’azienda non si poteva salvare in alcun modo. Mio padre, no. Lui non ha voluto arrendersi. L’azienda è la sua vita, la sua passione. Ha provato a svenarsi per poterla salvare. Chiaramente non c’è riuscito. Era una missione impossibile.
A fine 2012 arrivano le prime cartelle esattoriali. Cifre da capogiro, gonfie di interessi, aggi e sanzioni che andavano quasi a raddoppiare gli importi inizialmente dovuti. Contestualmente arrivano i primi pignoramenti presso alcuni clienti, mai notificati. Sono stati i clienti stessi ad avvertirci. Decidiamo quindi di avviare le procedure per la rateizzazione del debito. Inutile, vengono fuori importi pari all’incasso totale mensile dell’azienda.
Che facciamo? Un dipendente di Equitalia ci consiglia di lasciare attivo il pignoramento oltre i termini di legge, così da pagare comunque una parte del debito. E così facciamo. Peccato che con una rateizzazione in essere, scopriremo in seguito che tutti i pagamenti ricevuti da terzi non concorrono al saldo delle rate. E così la pratica decade. E loro nel frattempo hanno incassato quasi 50 mila euro.
Torniamo a parlare con alcuni dirigenti di Equitalia, chiedendo se alla luce delle nuove normative ci fosse la possibilità di rateizzare nuovamente la cifra, questa volta a 10 anni. Sì, si potrebbe fare. Basta portare il bilancio. Ci consigliano nuovamente di lasciare attivi i pignoramenti in atto per evitare nuove azioni di riscossione. Ci avvertono, però: adesso c’è il mini-condono e la situazione è un po’ più calma. C’è una sorta di pace armata. Ma appena scadrà, Equitalia tornerà a colpire. E difatti, così è: colpisce più forte di prima. E stavolta fa davvero male.
Nonostante le parecchie migliaia di euro incassate, nonostante la ricerca di un accordo per provare a saldare la cifra, oggi si è arrivati all’epilogo peggiore. Il blocco di tutti i conti. È finita. Kaput. Stavolta è finita per davvero. Hanno decretato la morte dell’azienda per via raccomandata. Una mossa non solo odiosa, ma terribilmente stupida. Pignorare tutti i conti. E come pensano che un’azienda possa continuare a lavorare per saldare il proprio debito? Come paga i dipendenti? E i fornitori? E l’affitto dell’ufficio? E le spese di luce e telefono? Che importa, quelli son fattacci tuoi.
Ripensando ora a tutte le mosse, col senno di poi dico: hanno fatto bene. Stupidi noi a credere alla buona fede di Equitalia e del Leviatano. Mai fidarsi del proprio aguzzino. Uno Stato vessatorio e prepotente che pensa possa essere sostenibile una pressione fiscale reale sulle PMI al 68.3% che rispetto vuoi che possa avere per il proprio contribuente? Cosa vuoi che gli importi se non riesci a pagare? Lui di quei soldi ha bisogno. Per pagare sprechi, tangenti, ricche prebende. Manco gli interessano per mantenere i servizi pubblici, a giudicare dallo stato di abbandono e inefficienza. È come un tossico che vuole la sua droga. E ne vuole sempre di più. È inarrestabile. E passerebbe sopra il cadavere di chiunque pur di ottenerla.
Non ha alcuna pietà. Non gli interessa nulla di te. Sei solo un numero. Sei solo un contribuente da vessare, e della peggior specie: sei uno sporco evasore. Sei un ladro. Sei un bastardo. Poco importa se hai dichiarato tutto, ma non avevi i mezzi per pagare, per poter mangiare e mandare avanti l’attività. Rimani un rifiuto della società. Per la massa sei un delinquente. E ti meriti la gogna, ti meriti la fame. Così impari a voler fare libera impresa in un Paese che la libera impresa la osteggia e la disprezza. È giusto così.

Un ex imprenditore


Questo signore non era un imprenditore, era un lavoratore autonomo, incapace ed impreparato. La sua azienda non e’ morta di Equitalia, come sotiene lui, bensi’ per colpa del titolare.
Un imprenditore non agisce di cuore, agisce di testa. Questo e’ il problema della maggioranza dei lavoratori autonomi italiani e di molte famiglie che si affidano a loro. Si affezzionano alla propria azienda e ci lasciano le penne nel tentativo di salvarla.
Lo stato è nostro nemico è punta a far morire le piccole e medie aziende, ma molte volte, la maggior parte delle volte, i titolari collaborano affinché questo avvenga. Le aziende non si amano, le aziende sono mezzi, non fini.
Le aziende non sono la vita, non sono la famiglia, non sono i figli.
Incompetenza imprenditoriale, il male degli italiani e del paese tutto.